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Enzo Campioni

 

Via dei Georgofili, 94
Roma 00147
evolaerenzo@gmail.com

Tel: +39 65404142
www.enzocampioni.it

Brani tratti dal diario di Enzo

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Sono nato nel 1926 (29 luglio) da modesti genitori e sono rimasto figlio unico (lo dico senza alcun rammarico).

 

Mio padre Antonio aveva delle capacità manuali notevolissime. Era di origine marchigiana (Campodonico di Fabriano 13-6-1902) ed aveva cinque fratelli maschi ed una sorella.

 

Per quello che mi risulta aveva iniziato la sua attività lavorativa come maniscalco in una bottega di Fabriano. Poi, quando con la famiglia si trasferì a Roma, verso i primi del 1920, prese a lavorare come fornaio nel forno del pane che uno dei fratelli aveva acquistato, prima nella zona dell’Appia Antica, poi a Centocelle.

 

Mi ricordo che con la pasta del pane che toccava a lui preparare (almeno un quintale), riusciva a fare qualunque cosa: dallo sfilatino gonfio e dorato, alla treccia con lo zibibbo morbida e profumata.

 

Dormiva pochissimo e nel tempo che gli restava, o giocava a carte nel bar, oppure passava ore nel tentativo di rimettere in sesto (quasi sempre con esito positivo) le moto o le auto scassate che i suoi scarsi mezzi gli consentivano di acquistare. Ricordo ancora l’ebbrezza della corsa su una moto con papà, con me davanti abbrancato al serbatoio della benzina! Le moto erano la sua passione; aveva anche partecipato a qualche gara e in una di queste, cadendo si era rotto un braccio. Probabilmente la riparazione non era venuta bene perché quando lo alzava era costretto a tirare in alto anche il gomito in una posizione innaturale.

Mia mamma Ernesta è nata nel 1905 (17 marzo) in un paesino di minatori (Blackville) nello stato di N.Y. (USA), mentre mio nonno Domenico era li emigrato per lavoro nei primi del 1900 con la moglie Peppina, dall’originario paesello di Alfedena negli Abruzzi.

 

Nonno Domenico di mestiere faceva il “selciarolo” e credo che molti dei quadrelli che ancora pavimentano le strade di Roma siano opera sua. Le pochissime volte che ho potuto vederlo al lavoro, sono rimasto incantato a guardare come, con pochi, precisi colpi di mazzetta, riuscisse a trasformare un informe blocco di selce grigio azzurra, nel regolare solido trapezioidale che costituisce la forma di un “sampietrino”.

 

Per curare la malattia contratta in USA (polio) dalla figlia, la nonna Peppina (incinta) e l’altra figlia Ernesta di neppure un anno, nei primi mesi del 1906 tornarono in Italia.

 

Qualche tempo dopo la nonna Peppina moriva, lasciando in balia dei parenti le tre piccole figliole.

Passò ancora del tempo e quando fu deciso che le tre tornassero dal padre in America, scoppiò la prima guerra mondiale e del viaggio in USA non si parlò più.

L’incontro. Nel 1924, o giù di li, mio padre conobbe mia madre Ernesta che all’epoca abitava con le due sorelle nella zona della tomba di Cecilia Metella.

 

Mamma è piccolina, pallocchetta, dall’aspetto dolce.

 

Circolava per casa una sua foto giovanile che mi piaceva moltissimo, tanto che pensavo che da grande mi sarebbe piaciuto sposare una donna come lei.

© 2016 by Paolo Campioni creato con Wix.com

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